Interviste

Anyma, Welcome to ÆDEN 

Il nuovo capitolo dell'universo elettronico di Matteo Milleri approderà a Milano il 19 settembre. Con l'artista italiano abbiamo parlato di songwriting, del confine tra istinto e preparazione e di AI

Anyma, Welcome to ÆDEN 
  • IlSettembre 4, 2026

L’ignoto è una presenza-assenza che accompagna l’uomo fin dalla sua nascita. Dalle domande irrisolte sull’esistenza, sul senso di continuare a muoversi in un mondo al quale non riesci a stare più dietro, sulla morte e l’eventualità di un momento successivo, peggiore o migliore che sia. Ogni epoca storica ha il proprio ignoto che funziona come una calamita: c’è chi ne è attratto perché di polo opposto e chi ne è respinto. Oggi l’avanzamento tecnologico e l’intelligenza artificiale stanno ridefinendo i confini con suoni e immagini sintetici e allo stesso tempo profondamente umani perché da lì hanno origine. Matteo Milleri è tra coloro che non hanno paura della novità sconosciuta anzi, la cercano a ogni costo. Anyma è il suo rigurgito creativo post-pandemico che ha abbracciato il cambiamento e con il quale ha trasformato per sempre il mondo dell’elettronica e degli eventi dal vivo.  

Foto: Nick Guihal
Graphic design: Rebecca Casati

C’è un termine che torna spessissimo durante la nostra chiacchierata su Zoom, in un’asse Stati Uniti – Italia resa quasi millimetrica grazie alla tecnologia, appunto: esperienza. «Ogni DJ racconta una storia durante i propri set» sostiene Matteo, ma è innegabile che il suo modo di farlo ha rivoluzionato il panorama dei live, non solo quelli legati all’elettronica. Tutto è partito da un esperimento al Printworks, con un robot che compariva durante un remix di Running. Poi ci sono state Siren, Eternity e il primo capitolo della trilogia Genesys. Live dopo live, il progetto è diventato un universo vero e proprio: un’esperienza a 360 gradi.   

Con i due album successivi lo storytelling è diventato centrale. La musica rimane al centro, ovviamente, ma le immagini e i visuals la ispirano e la completano, diventando imprescindibili. «A mano a mano che gli show crescevano sentivo la necessità di inserire un po’ più di melodia e di avvicinarmi di più alla forma canzone, senza tradire il sound. È un processo complicato che sto imparando ancora, strada facendo» spiega Matteo, raccontando l’evoluzione di Anyma degli ultimi anni. Dalla fine della cybernetic opera allo Sphere di Las Vegas, che ha chiuso un’ideale prima fase, siamo già entrati nel capitolo successivo. ÆDEN, che prenderà corpo dal vivo il 19 settembre a Fiera Milano Live (unica data italiana), si interroga sulla possibile – e forse inevitabile – convivenza tra uomo e tecnologia.   

Bad Angel, con LISA delle BLACKPINK, è un assaggio di un mondo nuovo in cui il passato e la classicità vengono riletti e recuperati in chiave moderna. L’intelligenza artificiale che si riscopre umana e l’uomo che si riscopre intelligenza: «Ci saranno tanti altri personaggi che svelerò strada facendo» rivela nel corso dell’intervista che non poteva che partire da dove tutto è iniziato, dalla genesi di Anyma.

L’intervista a Anyma 

La trilogia di Genesys ha portato a compimento il tuo interesse nell’unire tecnologia, visual e musica. Quando ha preso forma il progetto?

È difficile dirlo. Fin dall’inizio il concept è nato come qualcosa di audiovisivo, partendo proprio come arte digitale. Avevo in mente un progetto a 360°, con un vero e proprio universo. Questo anche perché le prime idee le ho concepite durante la pandemia e non c’era nemmeno la possibilità di andare in tour. Mi ricordo che avevo notato che il primissimo esperimento con il remix di Running al Printworks, con la testa del robot, aveva funzionato. Da lì ho costruito Genesys. I dischi in generale sono nati organicamente: da episodi del tour e scene di musica, fino all’LP.  

C’è stato un momento in cui hai capito che la strada fosse quella giusta?

Quando sono tornato al Printworks l’anno successivo. Durante la performance di Eternity (brano d’apertura del primo album Genesys, n.d.r.) mi sono detto: “Tutto questo lavoro è servito a arrivare fino qui, ora si può provare ad andare oltre”. E il passo successivo era tentare di uscire dai club e rendere l’esperienza ancora più immersiva davanti a un pubblico più grande.   

In Genesys II e The End of Genesys, hai raccontato di esserti approcciato per la prima volta al songwriting. Com’è stato il processo? 

Nei primi due anni in giro per l’Europa mi ero concentrato sulla melodic techno, creando nuovi suoni cinematici e introspettivi, ma comunque rimanendo nel territorio di dischi da club. A mano a mano che gli show crescevano sentivo la necessità di inserire un po’ più di melodia. Insomma, di avvicinarmi di più alla forma canzone, senza tradire il sound. Mi sono spostato a Los Angeles e per la prima volta ho iniziato a scrivere partendo proprio dagli accordi, non da un suono che mi interessava come invece avveniva in passato.   

In cosa credi abbia arricchito il tuo bagaglio artistico?  

Sicuramente ha cambiato il mio modo di lavorare. È stato un processo complicato che ho dovuto imparare da zero. Anzi, lo sto ancora imparando sinceramente. Ho avuto però la fortuna di collaborare con grandi produttori e songwriters che mi hanno fatto crescere. Genesys II era un ibrido tra canzoni ed elettronica, invece con The End of Genesys ho compiuto uno step ulteriore. Human Now con Luke Steel, Taratata con Grimes e Hypnotized con Ellie Gouldin sono stati l’evoluzione successiva con cui mi sono avvicinato ancora di più al songwriting, creando un ponte tra i due mondi.   

Anyma intervista
Foto di Nicko Guihal

Hai citato alcune delle tue numerose collaborazioni, come le scegli?  

Non c’è metodo in queste cose. L’ideale è sempre scegliere un artista che di base ti piace o che comunque ti attira per un determinato aspetto e poi iniziare a immaginare come potresti ricontestualizzarlo nel tuo mondo. Il punto è che a volte non è abbastanza. Ci sono artisti che adoro ma con cui non sono riuscito a trovare una quadra. Per me collaborare non è mettere due cose insieme perché potrebbero funzionare commercialmente. Deve esserci una sintonia estetica sia musicale che visiva, tanti fattori in gioco che devono incastrarsi, tra cui anche lo storytelling. Bisogna costruire un progetto un po’ più ampio, non far uscire solo un disco e suonarlo.  

Con LISA com’è andata?  

L’ho conosciuta al Coachella un anno e mezzo fa. Ero affascinato da un po’ dal K-pop. Da una prospettiva sia musicale che visiva credo che abbia una certa risonanza con il mio mondo. Soprattutto a livello di formato, più che di concept: la musica è il collante, ma anche gli occhi contano, nei video e nella performance dal vivo. LISA si è subito dimostrata interessata a discutere di una possibile collaborazione. Voleva entrare nel mondo dell’elettronica. Come ti dicevo prima, le cose però non sono semplici. Ci è voluto un po’.  

Quale è stata la cosa più complicata?  

Il punto focale è stato trovare la canzone giusta che funzionasse per entrambi. Sono andato fino a Seoul in Corea per prendere ispirazione e lavorare con autori differenti e abbiamo proprio fatto proprio un camp specifico. Ne abbiamo scritte tre e alla fine LISA ha scelto Bad Angel che era proprio quella che speravo perché avevo in mente questo personaggio da costruire attorno al concept per il live al Coachella.   

Al Coachella hai presentato ÆDEN che porterai anche a Milano Fiera Live a settembre. Come si inserisce nel filone questo nuovo capitolo?  

Allo Sphere di Las Vegas si è chiusa la cybernetic opera Genesys e, con essa, anche il capitolo legato ai robot, all’AI e all’intersezione tra umanità, natura e tecnologia. In ÆDEN ho cercato di immaginare un mondo dove l’artista e l’intelligenza artificiale trovano un modo di coesistere, che è anche il grande tema della nostra epoca. Una cosa che preoccupa anche me. L’angolo stavolta è diverso e guardo anche al passato, inserendo degli elementi del neoclassico, della storia dell’arte e del greco-romano reinterpretandoli attraverso gli occhi di questo paradiso digitale. Ho tutto un percorso in mente e presenterò i personaggi strada facendo. Di sicuro è un progetto più maturo.   

Anyma intervista
Foto di Nicko Guihal

Attualmente c’è un ampio dibattito riguardo all’uso dell’intelligenza artificiale. Quali sono i tuoi “timori” al riguardo e quali vantaggi vedi?  

Non temo il futuro con l’intelligenza artificiale. L’emozione fondamentale e il senso della creazione proverranno sempre dagli artisti, almeno per quanto riguarda tutto ciò che è significativo. In definitiva, penso che l’umanità imparerà a collaborare con essa per esplorare le idee più rapidamente e concettualizzare mondi che prima erano impossibili. Questo apre molte possibilità. Non sostengo in alcun modo l’arte generata interamente dall’intelligenza artificiale, perché la visione, il gusto, l’emozione e il senso della narrazione devono comunque provenire dall’artista. La tecnologia dovrebbe semplicemente amplificare l’immaginazione umana, piuttosto che sostituirla. 

Nei tuoi show i visual hanno un ruolo centrale, però ricordo che raccontasti in un’intervista di come, all’inizio, con Siren, avessi testato il pezzo senza immagini. Quale è il bilanciamento tra musica e immagini?  

È fondamentale che la musica funzioni senza visual. Con Siren è stato il pezzo a ispirare l’immagine, ma è una cosa che varia a seconda dei casi. Quando un disco è molto forte, come quello con Ellie Goulding, non hai nemmeno bisogno di avere dei visuals dove succede chissà che cosa. Per esempio, lì ci siamo concentrati sull’ospite creando una sorta di ologramma con l’idea di far percepire l’artista. Nell’ottica dello show ci sono anche dei momenti musicali che potremmo definire di transizione che non necessariamente vengono pubblicati. Sono dei “filler” che ogni DJ ha nei propri set, ma che nel mio caso accompagnano dei visuals importanti per la narrazione. Ecco, lì avviene il procedimento inverso e la musica nasce dalle immagini, un po’ come fosse un film scoring.  

Quanto c’è d’istinto e quanto di preparazione in uno show del genere? In uno spettacolo del genere lo spazio all’improvvisazione immagino sia ridotto.

In pratica potrei improvvisare, perché mi esibisco e suono come qualsiasi altro DJ, utilizzando i CDJ e la tecnologia Timecode. Ogni brano è abbinato a un elemento visivo specifico, che va dalle immagini ai fuochi d’artificio. Posso riprodurre i brani nell’ordine che preferisco e persino decidere di non avviare il video o di spostare un brano. Ovviamente sto raccontando una storia visiva, con una sequenza specifica in mente, quindi le cose possono diventare più complicate.

Ti mancano quei momenti del set in cui puoi improvvisare guardando la reazione del pubblico?

In realtà, preparo diversi momenti in determinati punti della storia che posso modificare in base all’energia del pubblico. Se vedo che la gente ha voglia di ballare, potrei inserire due o quattro brani ad alta energia. Se, invece, percepisco il bisogno di emozioni, ho sempre a disposizione qualche episodio legato alla storia generale che sto raccontando e che posso inserire. Ma ci sono molti aspetti da considerare quando si mixano musica e immagini in tempo reale: bisogna pensare a ciò che appare sullo schermo, all’illuminazione e anche al brano che seguirà. Sono tutte cose che pianifico con settimane di anticipo. Quindi rimane comunque complicato.

Se ripensi all’esperienza allo Sphere di Las Vegas, quale è il primo ricordo che ti viene in mente?

Quando sono entrato per la prima volta e abbiamo provato l’intro con EVA. Nel momento in cui ho sentito l’audio mi sono detto: “Questa è una roba pazzesca”. Cioè, quella sensazione non l’avevo mai provata in una venue. Sono andato a tanti eventi immersivi, a vari festival del mondo, ma non è mai così immersivo, con un impianto così high fidelity e potente. Cioè, l’unico modo per avere quell’esperienza è il VR, ma devi indossare le cuffie e non è la stessa cosa di quando ti arriva il suono dal vivo. Quindi, quando ho sentito per la prima volta il suono e ho visto i visual là dentro, da solo, mi sono reso conto di quanto fosse una cosa unica e innovativa. Non la puoi ottenere in nessun altro posto al mondo. Almeno per ora.   

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