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L’amore al tempo del populismo: intervista ai Baustelle

Di solito fra un disco e l’altro trascorrevano anni, ma in questa circostanza i Baustelle hanno preso tutti in contropiede raddoppiando l’esperienza consacrata a “L’Amore e la Violenza” nel giro di appena quattordici mesi

Autore Alberto Campo
  • Il15 Aprile 2018
L’amore al tempo del populismo: intervista ai Baustelle

Baustelle

Di solito piuttosto pigri, nel senso che fra un disco e l’altro trascorrevano anni, da un minimo di due a un massimo di quattro, in questa circostanza i Baustelle hanno preso tutti in contropiede raddoppiando l’esperienza consacrata a L’Amore e la Violenza nel giro di appena quattordici mesi. Di questo e altro chiediamo ragione a Francesco Bianconi, principale responsabile dell’album, essendone autore e produttore artistico.

Baustelle, “L’Amore e la Violenza Vol. 2”

Quando avete capito che L’Amore e la Violenza si sarebbe duplicato?

L’abbiamo deciso in corso d’opera, durante il tour del disco precedente: ci siamo messi a scrivere canzoni fra un concerto e l’altro, cosa mai successa in passato. Evidentemente L’Amore e la Violenza portava con sé degli stimoli, segno che avevamo ancora qualcosa da dire sull’argomento. E poi dal primo volume erano rimasti fuori alcuni brani: non perché fossero più brutti, ma ci erano sembrati inadatti durate la compilazione di un album che volevamo compatto e non troppo lungo. Abbiamo ripreso due pezzi strumentali, Violenza e La Musica Elettronica, mentre alla fine gli altri esclusi non li abbiamo utilizzati: ci siamo sfidati, confidando nella nostra buona vena, scrivendone di nuovi e magari migliori.

Due dischi gemelli concepiti in momenti differenti: cosa li accomuna e cosa li differenzia?

Concettualmente e in senso musicale sono la stessa cosa, nel senso che sono dischi fatti usando sintetizzatori analogici e il mellotron per le parti orchestrali, con la batteria composta di kit e campionamenti di ritmi. In questo secondo capitolo ci sono un po’ più chitarre, perché era mia intenzione scrivere canzoni che avessero un carattere di freschezza e immediatezza maggiore rispetto a quelle del primo, perciò abbiamo utilizzato la chitarra più del pianoforte, impiegando armonie e accordi semplificati.

Le canzoni sono venute perciò un po’ più “facili”, nonostante già nel primo volume lo fossero, rispetto a certe altre cose dei Baustelle, tipo il repertorio di Fantasma. L’altra differenza riguarda i testi: nel primo disco l’idea era di fare “canzoni d’amore in tempo di guerra”, cosicché il contesto storico, per quanto frammentato fosse, esercitava un’influenza e dunque il risultato non erano esattamente “canzoni d’amore”, come dimostrano Il Vangelo di Giovanni, Betty o La Vita. In questo caso, invece, mi sono dato il compito di scrivere solo canzoni d’amore nel senso classico delle relazioni fra persone.

Dell’amore, tuttavia, la visione che trapela non sembra affatto idilliaca, è anzi una forza negativa e distruttiva: Il Minotauro di Borges, protagonista dell’ultimo brano, per amare uccide…

Io sostengo che l’amore, quello vero, se mai esiste, è per forza di cose negativo. Amare significa annullarsi per fondersi con l’altro: se ami, uccidi te stesso. Questo vale per le relazioni interpersonali così come per il misticismo, dove ci si annulla per entrare in comunicazione con qualcosa di più elevato. Ecco perché è un’energia negativa. In più, nel tempo in cui viviamo, fra mercato e società dei consumi, tutto è puntato sull’individuo, che deve essere eterno, positivo, sano, in forma… Un impulso opposto all’amore, che viceversa porta in sé i germi della fine. Non può essere asettico o pulito: l’amore è sporco.

Manca la guerra questa volta, ma un po’ di contesto c’è: da CasaPound e i “fascistelli” (in Tazebao) a Trump (L’Amore È Negativo). Per caso è l’amore “al tempo del populismo”?

Sì, potrebbe essere: è una definizione – ahimè – abbastanza azzeccata. Ci sta. Non ho niente da obiettare. Il momento è questo, specialmente in Italia: il populismo e il qualunquismo sono diffusi.

Ai testi di un paio di canzoni, Lei Malgrado Te e A Proposito di Lei, ha contribuito Giuseppe Rinaldi, alias Kaballà: com’è andata?

Con Pippo ci frequentiamo da un po’: siamo amici, condividiamo passioni letterarie e ci piace divagare, parlando libri o di musica in sessioni intellettualmente molto piacevoli. E poi ogni tanto scriviamo canzoni per altri: questa volta è accaduto che gli “altri” fossero i Baustelle.

Ascolta L’Amore e la Violenza Vol. 2 dei Baustelle in streaming

È stato lui a suggerire il racconto di Borges La casa di Asterione, vero?

Avevo letto L’Aleph tanto tempo fa e non ricordavo più che contenesse quel racconto, il più bello nella storia della letteratura. È stato lui a farmelo tornare in mente: lo abbiamo riletto insieme, senza uno scopo particolare. La canzone sul Minotauro è venuta poi di conseguenza.

Nelle note di copertina sono elencati puntigliosamente i venti sintetizzatori utilizzati nel corso delle registrazioni: è una specie di ossessione, questa per La Musica Elettronica, che dà titolo pure a un episodio strumentale…

Ho sempre avuto la passione per i sintetizzatori. Elencarli nelle note di copertina, specificandone i modelli, fa parte del modo che abbiamo di rivendicare la nostra identità di musicisti ancora attenti al suono. Cosa che nella musica cosiddetta “alternativa” di oggi è diventata irrilevante: sento i pezzi di quel genere che hanno sfondato la barriera del mainstream e passano in radio, magari anche carini, ma del tutto privi di ricerca. E non sto parlando di spartiti: la musica pop non è solo questione di accordi, armonia e melodia, riguarda la cura degli arrangiamenti e del suono. Sono convinto che un musicista pop debba essere attento quanto uno di classica alla timbrica dell’esecuzione, decidendo se servano gli archi oppure gli ottoni, e in che modo debbano essere suonati.

Come proporrete dal vivo questo disco?

L’idea è di mettere le canzoni nuove in relazione con quelle del primo volume, provando magari a mischiarle: c’è affinità tra le une e le altre, perciò staranno bene insieme in concerto. A questo primo giro suoneremo nei club, che avevamo scelto premeditatamente di tralasciare la volta scorsa, per quanto già in quel caso fossero il contesto più idoneo. Abbiamo fatto l’esperimento di portare quel repertorio in teatro ed è andato bene, ma adesso liberiamo la vera natura di queste canzoni e le portiamo nel luogo più adatto.

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